Appello all’ Università della Calabria: Vogliamo il Corso di Studi di Genere!

534985_464710306933566_136213095_nDi seguito, posto l’appello contro la chiusura del corso di Studi di Genere tenuto dalla docente e attivista Laura Corradi che di recente è stato abolito dall’offerta formativa dell’ Università della Calabria. In 670 hanno firmato la petizione, tra cui Vandana Shiva, Joan Scott ed esperte di Gender studies dal Nord Europa come Nina Lykke Rosemarie Buikema.  Per adesioni, contattare l’ indirizzo email: vogliamostudidigenere@grrlz.net

L’appello su fbook: https://www.facebook.com/events/561515107213969/

L’appello in Inglese e in Spagnolo: http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2013/04/07/vogliamostudidigenere-lappello-in-inglese-e-spagnolo/

“Il Corso di Studi di Genere dell’Università della Calabria, tenuto a Rende presso il Dipartimento di Sociologia da  Laura Corradi, (ricercatrice docente) non esisterà più perché hanno deciso di chiuderlo.

A dispetto del successo dello scorso decennio, frequentato da centinaia di studentesse, il Corso è stato via via rimpicciolito, nonostante la determinazione delle studentesse a seguirlo e della docente a tenerlo a titolo gratuito. Le studentesse denunciano che è stato piazzato alla stessa ora di altri appuntamenti importanti e obbligatori. Reso difficile da seguire si è ridotto quest’anno a 15 allieve. Tagliare via questo Corso come materia superflua è diventato così molto semplice.

Il Corso è stato una importante palestra di empowerment per tantissime ragazze, giovani femministe dottorande in cerca di audience, ricercatrici migranti, precarie ‘cultrici della materia’, tante persone che infatti non accettano passivamente questa decisione. Tra l’altro il Corso nel contesto calabrese rappresenta una reale opportunità per donne e uomini che vogliono acquisire gli strumenti critici per leggere anche la propria realtà.

Questo Corso di Studi dovrebbe rimanere una opportunità per coloro che lo preferiscono, anzi crediamo che gli studi di genere dovrebbero essere valorizzati,  l’Università potrebbe usarli come corsi base del primo anno, come esempio di sapere teorico e pratico  interdisciplinare, come visione critica necessaria di una cultura che  fissa i ruoli di genere, patologizza le differenze o le inferiorizza, impone etero-normatività.

Chiediamo perciò che si reinserisca il Corso di Studi di Genere, con risorse adeguate, nell’offerta formativa dell’Ateneo.”

India e giustizia fai-da-te: le Brigate Rosse.

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Le Red Brigades Indiane in una ronda cittadina

La repubblica indiana oggi rivendica a pieno titolo un posto al tavolo dei paesi emergenti. Al suo interno lo sviluppo economico spinge verso l’emancipazione e si intreccia con un effervescente clima di rivalsa sociale. Il fermento è diffuso, investe ogni ambito del sapere e delle relazioni e si declina al femminile con la nascita delle Red Brigades.

“Il rosso simboleggia pericolo, il nero comunica protesta.” 

Con questi colori nasce il movimento delle Brigate Rosse nel novembre 2010. Nel cuore della periferia di Lucknow, Uttar Pradesh, un centinaio di donne dai 15 ai 25 anni combattono in uniforme rosso-nera per la sicurezza delle loro concittadine e puniscono chiunque la minacci. Quasi tutte sono state vittime di violenza sessuale, alcune sono riuscite a sfuggirla, tutte si riuniscono per impedire che ciò accada ad altre donne, girando per le strade e impartendo corsi di arti marziali e auto-difesa. Questo movimento ha un raggio d’azione per adesso limitato alla città di Lucknow, ma la leader del gruppo, che ad oggi ha raggiunto il centinaio di membri effettivi, afferma di volerne fondare altri in tutte le città dell’India entro la fine dell’anno.

Le Brigate Rosse indiane ottengono l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale per la prima volta alla fine del 2012. Il 16 dicembre una studentessa di 23 anni viene brutalmente picchiata e stuprata da un gruppo di ragazzi su un autobus di New Delhi e muore pochi giorni dopo in un ospedale di Singapore.

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Donne indiane in piazza chiedono la fine delle violenze

Il caso suscita l’indignazione del popolo indiano. Donne e uomini si riversano nelle strade rivendicando rispetto e giustizia per le violenze subite. L’episodio suscita persino l’interesse della stampa internazionale e la pressione di un’opinione pubblica globale indignata costringe lo stato ad intervenire drasticamente. La goccia del 16 dicembre fa traboccare il vaso e crea un effetto domino, contribuendo a rimpinguare le fila del movimento delle Red Brigades.

Questo gruppo nasce dalla rabbia per una situazione ormai insostenibile di violenze perpetrate ad intervalli di minuti. Nasce dall’impellente necessità di reagire, dalla volontà di alzare lo sguardo in direzione di un’emergenza finora nascosta sotto il tappeto della “morale” e legittimata da uno stato che non previene e non protegge.

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Femministe statunitensi manifestano negli anni ’70 a favore dell’aborto

Esso non ha i classici connotati del femminismo storico europeo e statunitense degli anni 70′. La ragione del suo esistere non poggia sui dibattiti politico-filosofici sull’emancipazione della donna dalla sua sottomissione in una società patriarcale e sulla sua inclusione nella vita pubblica. In India oggi non c’è tempo per i dibattiti. Non c’è tempo di aspettare che qualche membro dell’élite al potere dia spazio alle istanze dell’ emancipazione femminile. Questo è ciò che pensano di fare le Red Brigades nell’immediato. Concepiscono un progetto pratico e funzionale, che si pone obiettivi per adesso modesti e di breve termine. Un’azione che parte dal basso, promuove l’emancipazione e protegge dalla violenza ancora così diffusa in un paese come l’India.

Il loro operato nasce come pacifico, ma non rifiuta la violenza; promuove il rispetto dell’altro, ma non esita a “passare alle maniere forti”, nel caso in cui gli abusi si ripetano. Questa politica del “fai da te” ricorda tanto la primitiva legge “occhio per occhio, dente per dente”, lo “stato di natura” di Hobbes, la “lotta per la sopravvivenza” di Darwin. Essa stride con l’immaginario di una società democratica in cui lo stato ha il monopolio dell’uso della forza sul territorio.

India E’ però così facile legittimarla quando lo stato non detiene questo monopolio e fa di tutto pur di nascondere la propria negligenza di fronte al dilagare della violenza. E’ altrettanto facile chiudere un occhio “sul modus operandi”, pensare che, in una situazione come quella indiana, il fine può ancora giustificare i mezzi, e vedere nelle Red Brigades un motivo di orgoglio e di speranza per il futuro.

                                                                                                                       Giulia

“Vi taglieremo i seni e li daremo in pasto ai cani”

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ll titolo di questo post è una citazione tratta da un messaggio comparso sulla homepage del sito delle Femen e scritto da alcuni hacker ed oppositori del movimento che intanto ne erano entrati in possesso. La vicenda di Amina e delle Femen ci spinge a una riflessione: il corpo come strumento di sfida alle costrizioni imposte dai codici sociali. Ciascuno sceglie di fare del proprio corpo ciò che desidera: i seni delle Femen non sono quelli della tradizione, che vuole il corpo della donna simbolo di peccato e lussuria. Il seno delle Femen rappresenta, bensì, (dicono loro) un messaggio politico spesso non compreso, il mezzo attraverso cui si pongono come soggetti politici e interlocutori della contemporaneità nella sfera pubblica. In un certo senso, a mio avviso, l’uso che fanno del loro seno, il modo in cui rendono visibile la propria nudità ha anche qualcosa di obsoleto se confrontato con i codici visivi della contemporaneità. A volte sa di già visto, un’iconografia della nudità e della protesta fatta attraverso il corpo che ai miei occhi non sciocca. Allora mi chiedo: perché nelle foto Amina Tyler compare sempre con i seni oscurati? Perché se cerco con google mi riesce difficoltoso trovare una foto per intero del mezzobusto (sic!) di Amina, seni compresi e non oscurati?


2037628-femenAmina Tyler
sta tra due delle accezioni principali attraverso cui si pensa alla parola “corpo”: se da un lato i caratteri arabi sul corpo nudo parlano del corpo come indicatore di appartenenza sociale, terreno di scontro e incontro tra diverse strategie identitarie, dall’altro il messaggio di cui si carica l’alfabeto arabo sui seni di Amina, la lussuria, l’oltraggio e l’oscenità di cui purtroppo vengono tacciati in Tunisia e non solo, mostrano che in realtà il corpo non è banalmente e semplicemente il terreno di comunicazione su cui si misura la società contemporanea, ma il luogo in cui nascono i fraintendimenti della società contemporanea stessa: seno coperto o scoperto? E poi il volto, il capo: li copriamo o no? E in ogni caso, in base a questi dettagli, quali informazioni veicoleremo circa un modello di società piuttosto che un altro? Quali fraintendimenti? “Quelle donne arabe sono più libere perché l’hijab copre a malapena il capo, se fossero costrette a portare lo chador sarebbero più oppresse. Quanti fraintendimenti culturali, ideologici e semantici contiene una frase di questo genere? Quanti di questi sono originati dalla semplice apparizione del corpo femminile nella sfera pubblica?

“Non abbiamo bisogno di voi […] Andate via, siete delle stupide!”

savingLo stesso messaggio di Amina può essere interpretato in diverse maniere, si inserisce nel dibattito tra le diverse correnti di pensiero presenti nel mondo arabo e sicuramente non le rappresenta tutte: decine di foto sul gruppo facebook “Muslim Women Against FEMEN” (https://www.facebook.com/groups/408107599288286/) aperto dalle donne musulmane che hanno deciso di criticare le Femen tacciandole spesso di “Islamofobia/Imperialismo”, riconducono la protesta di Amina Tyler al diritto o meno di portare il velo, l’hijab, di come spesso non rappresenti una coercizione ma una scelta, un invito a non generalizzare e a non vedere l’oppressione laddove non c’è.

femenstolenvoiceAddirittura, qualche foto parla di intromissione da parte delle “bianche- non- musulmane” nel tentativo di salvare “le donne musulmane dagli uomini- musulmani”. Da donna proveniente da un altro Mediterraneo, riconduco invece il messaggio di Amina ad una rivendicazione che riguarda piuttosto il diritto a disporre molto più genericamente del proprio corpo: ma, al tempo stesso, quelle donne che liberamente scelgono di coprirsi il capo, il viso e tutto il resto, non stanno comunque esercitando il diritto di disporre del proprio corpo? Quale obiezione potrebbero muovermi? E’ impossibile stabilire chi abbia azzeccato l’interpretazione, dipende da quale idea di corpo si parte, da essa si diramano tutte le possibili vie interpretative.

Ester

La parte maledetta. Storie di albini in Africa

albini_tanzania_int.18a893koflz40c4cg8o8swk04.dyvz4sut4lc04scss800sgw48.thNero, bianco, rosso, giallo. “Discriminazione” vuol dire anche colore, quello della pelle. Ma cosa succederebbe se a costituire fattore discriminante fosse invece il non- colore della pelle? La mancanza di pigmenti che diano al nostro epidermide un colore piuttosto che un altro, autorizzando poi l’ Altro a dire “sei nero” oppure “ sei bianco”, “giallo”, con tutte le altre sfumature cromatiche e culturali del caso?

E’ quello che succede agli albini africani. Nascere albino in Tanzania, Kenya, Zimbabwe o Burundi è una vera e propria sciagura, può equivalere a una sentenza di morte. Chi è affetto da questa anomalia genetica che porta alla mancanza di pigmentazione della pelle, solitamente ha tratti somatici tipici della sua etnia che si accompagnano però a pelle candida, occhi e capelli chiarissimi. La pelle, dicevamo, il corpo. Ma cosa “può” un corpo? Cosa “possono” i corpi degli albini africani? Quetzalcoatl_VLa loro storia rimanda a quella dei sacrifici umani presso le antiche tribù del Messico, dove al fine di propiziare il benessere e la prosperità della tribù veniva scelto un uomo giovane e dalla bellezza impeccabile che sarebbe stato poi sacrificato alla divinità del sole. Dal quel momento in poi avrebbe vissuto lontano dalla comunità, nel massimo splendore e goduto delle tavole più imbandite fino al giorno in cui sarebbe stato sacrificato. Era sacro, intoccabile e per questo maledetto: dal suo sacrificio dipendeva l’espiazione delle colpe della tribù intera, la fine delle sciagure, la Pasqua di resurrezione che avrebbe portato nuova prosperità al popolo.

Mugsu, Tanzania: ambulante vende "medicine" preparate utilizzando parti del corpo di albini mutilati. L'arto di un albino arriva a costare anche 2.000 dollari- Foto di Marcus Bleasdale, VII/Corbis.

Mugsu, Tanzania: ambulante vende “medicine” preparate utilizzando parti del corpo di albini mutilati. L’arto di un albino arriva a costare anche 2.000 dollari- Foto di Marcus Bleasdale, VII/Corbis.

Anche gli albini neri sono considerati degli intoccabili da sacrificare, neri- bianchi estranei al resto della comunità, e per la stregoneria popolare sono fantasmi di non morti: i loro corpi vengono spesso mutilati per essere usati in pozioni magiche che dovrebbero liberare il popolo dalla maledizione della povertà, altre volte i corpi degli albini morti vengono cucinati e utilizzati in pratiche e riti che hanno ben poco di sciamanico; le ragazze vengono invece violentate e uccise perché si crede che avere rapporti con loro guarisca dall’ AIDS. Come fossero in grado di sciogliere il terribile incantesimo che porta sciagura e povertà, i corpi dei neri- bianchi vengono immolati, usati per produrre talismani, pozioni: il corpo di un albino può fruttare ai trafficanti tra i 75.000 e il 400.000  dollari. A volte sono le famiglie stesse a consegnarli ai loro carnefici.

albino01gA lanciare l’allarme sulle condizioni di vita degli albini in Africa (in particolare in Kenya) fu qualche anno fa il film In my genes di Lupita Nyong, subito dopo sia l’ Unicef poi la Croce Rossa iniziarono  a denunciare le condizioni di vita dei bambini albini in Tanzania, Zimbabwe e Burundi: spesso costretti a vivere in villaggi isolati, lontani dalle proprie famiglie e spesso vittime di abusi e maltrattamenti, privati di tutti i diritti naturali.

Fortuna vuole che nel giro di pochi anni, grazie all’ intervento delle organizzazioni internazionali e di serie campagne di sensibilizzazione sociale, è stato possibile apprezzare i primi cambiamenti: dal presidente tanzaniano Jakaya Kikwete che non solo promuove la lotta agli stregoni e ai trafficanti, ma nomina anche la prima parlamentare albina della storia della Tanzania, Al Shaymaa Kwegyir.

Nella foto, Moszy: l'africano albino che nel 2007 chiese asilo politico in Spagna perché perseguitato dagli stregoni della sua nazione

Nella foto, Moszy: l’africano albino che nel 2007 chiese asilo in Spagna perché perseguitato dagli stregoni della sua nazione

Gli ultimi anni hanno visto anche la mobilitazione di artisti, ong, chiese locali e associazioni contro l’ignoranza e il pregiudizio che vogliono gli albini più stupidi e lenti nell’ apprendimento rispetto agli altri bambini: in realtà basterebbe semplicemente far sedere i bambini albini tra i primi banchi a scuola, ciò faciliterebbe la loro capacità di leggere, già fortemente minata dagli occhi molto sensibili e delicati a causa della carenza di melanina. Purtroppo c’è ancora molto da fare in questo senso e, certamente, i contenuti del documentario Spell of The Albino girato da Claudio von Planta e che ho recentemente visto grazie a North2South per il momento non lasciano ben sperare.

Ester

Legalize love!

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Copertina del Times Magazine

Mi godo l’ultima copertina del Times Magazine. Penso che, nel 2013, uno dei settimanali più prestigiosi al mondo mostra due coppie omosessuali che si baciano e sono felice.

“Gay Marriage already won.” 
Questo si legge in prima pagina. Pervasa da un ottimismo gratuito, quasi dimentico che le sentenze della Supreme Court per i casi di Hollingsworth vs. Perry e United States vs. Windsor non sono ancora state emesse. La prima giudica la regolarità di un referendum del 2008 che abolisce il matrimonio omosessuale in California; la seconda giudica la costituzionalità di una legge federale, la Defense of marriage Act, la quale definisce il matrimonio come unione di persone di sesso diverso.
E’ un momento importante per la comunità LGTB statunitense, la quale attende con ansia il verdetto che trasformerà in legge un cambiamento culturale già da tempo consolidato nella società. Ad oggi, 29/03/13,Connecticut, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, New Hampshire, New York, Vermont, Washington, District of Columbia e tre tribù native americane riconoscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso per un totale del 15.17% della popolazione statunitense. Inoltre, Il matrimonio omosessuale è secondo le statistiche sostenuto dall’ 80% dei giovani e dalla maggioranza della popolazione nazionale. Le nuove generazioni, con una sferzata d’aria fresca, raggiungono anche il profondo sud del gigante a stelle e strisce, rivendicando un ottimo 80% . Il cambiamento è epocale e lo si può notare ovunque, in televisione, al cinema, sui giornali, per le strade. Migliaia di americani attendono il giudizio della Supreme Court e diffondono sui social network simboli di eguaglianza sociale e diritti umani. Le istituzioni politiche stesse supportano il cambiamento e la presidenza Obama si batte in prima linea per il loro riconoscimento a livello giuridico.

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Simboli di eguaglianza sociale diffusi sui social network

Diritti umani. Di questo si parla oggi negli USA. Il diritto al matrimonio è sancito dall’articolo 16 della Dichiarazione Universale del 1948 come unione consensuale tra uomo e donna in condizioni di parità e senza distinzioni di razza, cittadinanza o religione. Lo stesso è previsto dalla costituzione americana , ma in nessuna delle due si parla di diritto al matrimonio senza distinzione di orientamento sessuale. Il diritto al matrimonio neutro si sta però consolidando come diritto umano in seno alla comunità internazionale anche grazie alle lotte della comunità LGTB. E’ permesso negli USA in nove stati nonché in nove stati Europei, in Asia in Israele e in Africa in Sud Africa. L’opinione pubblica statunitense spinge verso il rinnovamento, forte del progressismo delle nuove generazioni. Le due sentenze che il popolo statunitense attende saranno, se favorevoli, casi pilota per l’eventuale introduzione di una legge federale che dirà finalmente sì al matrimonio, di tutti e per tutti, senza distinzioni.

Io penso a tutto questo e sorrido perché mi sembra di farne parte. Si, mi sento parte di questo cambiamento, anche se sta avvenendo negli Stati Uniti, anche se oggi non sta avvenendo qui, in Italia. Anche se l’Italia non ha ancora una legge contro l’omofobia e non riconosce le partnerships registrate, figuriamoci il matrimonio omosessuale. Mi sento parte di tutto ciò perché credo nella forza delle nuove generazioni, più consapevoli, più sensibili alla tematica dei diritti umani, più europee. Sono convinta che il progresso, ovunque esso sia, giovi non solo a chi lo crea e lo vive direttamente, ma anche a chi ne sente parlare, a chi ne rimane stupito, a chi si chiede il perché e, sì, anche a chi lo combatte con tutte le sue forze.

“Non si può fermare il vento, al massimo si può fargli perdere del tempo”

                                                                                                                       Giulia

“Legalize Love” campaign by google!

Quando lo stupro nasce in famiglia

“When I am in a relationship of control over somebody, if I have my feet on your neck, or my hands around your throat, I cannot be free. I can’t be free to enjoy life, I can’t be free to be who I am, or to enjoy the sunshine, I can’t enjoy anything, because I am in a relationship of control. When I remove my feet from your neck, or my hands from your throat, I become liberated.”
Farid Esack

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Questa mattina faccio colazione. Pane, miele e caffelatte e leggo Aljazeera. Mi imbatto in un servizio di North2South, un programma televisivo sudafricano che onora la giornata internazionale della donna parlando del problema endemico dello stupro. Credetemi, ho visto un milione di programmi simili: da vera hipster del genere, me li vado a cercare ovunque nei meandri più reconditi e inesplorati della rete. Ma questo servizio di North2South mi ha semplicemente illuminato. Il programma porta a galla un problema che, al di là del clamore mediatico temporaneo, è endemico e attraversa qualsiasi paese, razza o classe sociale: la violenza sessuale. E i responsabili di queste violenze so

no per lo più giovani uomini, spesso adolescenti. Troppe volte, quando ci si concentra su questi fatti,si tenta di comprenderli cercando una giustificazione nel comportamento della vittima, in un suo modo di fare, di vestire. La donna stuprata viene colpevolizzata e porta i segni di un sacrificio pagato con il silenzio. Si tenta di fare lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia. Per non parlare del fatto che lo stupro è in molti paesi del mondo culturalmente e socialmente legittimato da un costume che valorizza una primitiva concezione di uomo che, in quanto maschio dominante, dimostra il proprio valore praticando la sottomissione ai danni di chi non può confrontarlo fisicamente.

Ma perché?

Il programma di cui vi parlo si interessa di capire perché ciò accade, e non cerca semplicemente di stanare il capro espiatorio per così risolvere facilmente una questione che ha invece radici profonde, difficilmente estirpabili se ci si accontenta di puntare il dito contro un facile colpevole.Alcuni studiosi cominciano ora ad analizzare il problema a partire dagli stessi uomini autori di questi crimini, sottoponendoli ad interviste, analisi, questionari, consulti psicologici. In questi studi socio-criminologici vengono portati alla superficie alcuni dei fattori che potrebbero potenzialmente scatenare episodi di violenza sessuale.

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Dr Amelia Kleijn, nella sua tesi di dottorato, espone uno studio qualitativo che coinvolge 10 stupratori di bambini sotto i 3 anni e individua due fattori che accomunano questi uomini. Innanzitutto il fatto che abbiano subito violenze nel contesto famigliare durante l’infanzia o abbiano avuto un rapporto distaccato,se non assente, con il padre; dopo di che imputa la seconda causa alla mancanza di empatia da parte degli stessi. La ricercatrice sostiene e riesce a convincere che, quando un genitore picchia il figlio o la moglie, legittima la violenza come modus operandi che rientra nella comunicazione socialmente ammissibile. Ciò accade grazie ad un meccanismo di imitazione che, stando ad alcune tra le più influenti teorie psicologiche dello sviluppo, porterebbe il figlio a legittimare questi episodi e a reiterarli una volta raggiunta l’età adulta. Spesse volte gli uomini intervistati manifestano incapacità di provare empatia, di immedesimarsi e comprendere i sentimenti altrui. La mancanza di empatia è la conseguenza di un environment famigliare nocivo, nel quale la comunicazione e l’affezione vengono sostituite da episodi frequenti di violenza o intimidazione psico-fisica. Il minore interiorizza queste modalità di comunicazione, così lontane dal fornirgli la capacità di relazionarsi con l’altro in modo equilibrato e positivo. Egli non è libero di esprimere la propria personalità in modo sereno e forzatamente rispetta dei canoni di mascolinità imposti dall’esempio paterno. In mancanza di esempi relazionali positivi, il minore interiorizza le violenze subite e/o viste per poi reiterarle, legittimandole, in età adulta. Ciò ci riconduce al primo fattore e ne è il complemento imprescindibile.

L’origine di questi crimini viene perciò individuata nel contesto familiare che è, dopotutto, il nucleo fondamentale su cui si basa la società. Dalla famiglia questo stesso pattern si riproduce al di fuori di essa e si moltiplica. E’ nella famiglia che quindi si individua la base da cui partire per risolvere il problema. Concentriamoci sull’ educazione dei giovani, dei fanciulli, anche al di sotto dei 7 anni, occupiamoci dei ragazzi e formiamo uomini rispettosi e consapevoli. Ogni bambino, dalla famiglia, impara a giostrarsi nella contesto sociale. Dove in famiglia c’è rispetto reciproco, divisione dei compiti nella cura condivisa dei figli, dove c’è comunicazione, dove il minore è libero di esprimere la propria personalità senza condizionamenti, egli farà propri questi esempi positivi e li imiterà. Sarà un uomo equilibrato, capace di empatia e consapevole di dover rispettare, così come la propria famiglia, ogni membro della società.

I am not your mother, I am not your sister, I am not your daughter…
I am a citizen!

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Ci tengo a precisare che questi studi in nessun modo tentano di giustificare i crimini di stupro, che ogni giorno, a stime raccapriccianti, vengono perpetrati a danno di donne e bambini. Per prevenirli non è però sufficiente rinforzare la legislazione penale e quindi porre in essere misure esclusivamente punitive. E’ fondamentale chiedersi perché ciò accade, tornare alle radici di queste efferatezze, insegnare il rispetto e liberare gli uomini dalla rabbia, dalla frustrazione, dalla legittimazione alla violenza loro insegnata PRIMA che questi possano commettere qualsiasi violenza. E’ quindi fondamentale fare anche della prevenzione.

Quando una donna viene violentata, non c’è modo perché lei possa del tutto ritornare alla serenità, alla sicurezza di prima. Non c’è modo di salvare un bambino dai traumi di uno stupro dopo che lo stupro è avvenuto.Torniamo quindi a parlare di cultura, di rispetto, di tutela, di libertà d’espressione, e parliamone, prima di tutto, in famiglia.

                                                                                                                       Giulia